Il Giotto dell’Auto genio anche con le moto: Bizzarrini e le sue “Due ruote”

Il nome del protagonista di questa bellissima storia è una leggenda motoristica: l’Ingegnere livornese Giotto Bizzarrini, Maestro geniale e schietto, ruvido ma generoso e leale che è stato ricordato, raccontato ed in fondo “coccolato” dalla sua città lungo i tre giorni dell’evento “Livorno al Centro”: un vero festival pensato, disegnato, organizzato e gestito straordinariamente da Riccardo Della Ragione; e così il grande Giotto è tornato ad essere protagonista di eventi destinati, in particolare, a celebrare ed onorare la sua straordinaria opera.

Non chiamatela “carriera”, perché nulla è più lontano – da questo personaggio straordinario – del classico percorso “ovattato” e scintillante che ci si aspetterebbe dalla straordinarietà delle sue creazioni ed invenzioni; invece i momenti difficili hanno spesso accompagnato il suo cammino, ed anche questo fa di lui un uomo amato e ricordato con affetto da tutti.

“Livorno al Centro” è stata dunque la vetrina contemporaneamente di una città e dei suoi talenti, e Giotto non poteva certo mancare come non è mancata la presenza di veri e propri pezzi unici a quattro ruote del geniale Ingegnere.

Giotto nella memoria della sua Livorno

E come non è mancata occasione, nell’area Conferenze del Centro “Porta a Mare”, per ricordare durante i diversi “Talk” dei tre giorni i tanti aneddoti sulla vita del Genio.

Qui è nato lo spazio per lasciare una testimonianza ed aprire nuovi fronti di conoscenza sulla meravigliosa avventura di Giotto; che a Livorno, in pochi sanno, parte con la “Autostar” di Viale Carducci e con la Officina di Via Ippolito Nievo: là dentro, a partire dalla fine del 1962, si formano capannelli di ragazzi e di appassionati a sbirciare l’origine di quel rombo mostruoso, quello delle prime creature di Giotto lavorate dai bravissimi giovani del suo Staff livornese.

Tra quei giovani c’era un bravissimo Paolo Niccolai, oggi papà del Titolare della “Nicar” (sulla Via Gino Capponi adiacente a Via Ippolito Nievo): da giovanissimo Giotto lo prese come disegnatore, e così ha seguito personalmente la lavorazione e progettazione di creature straordinarie; ed in quella sede Paolo vide persino lo studio di un motore Gilera mono dotato di Compressore Volumetrico. Roba (per gli anni ’60) da vera fantascienza, e sentirne il racconto da un testimone diretto è stato emozionante.

Pensare che nel piccolo locale di via Nievo (dove a malapena riusciva a stare un’auto in costruzione, circondata da bidoni di olio, scrivania e tecnigrafo, attrezzi e utensili di “emergenza”) prendevano forma – persino – esperimenti per le due ruote, rende una volta di più lo spessore di Giotto, che idealmente inizia la sua carriera tecnica proprio con le moto: fino dalla sua tesi di Laurea – a Pisa, nel 1953 – il nostro protagonista si era focalizzato sulla questione tecnica legata all’utilizzo in campo automobilistico di un motore da moto, il “Nimbus” quattro cilindri da 750 cc. che inizialmente riteneva di installare sulla famosa e personalissima “Topolino Macchinetta Aerodinamica”.

“Ingegnere, quanto Le devo?? ” “Nulla !!!!”

Tuttavia, le auto impegnano Giotto fino a tutta la sua esperienza di Costruttore diretto: dopo le controversie e le disavventure societarie della “S.p.A” a Via della Padula 251 inizia una nuova avventura del Giotto “indipendente”, che dopo una parentesi a Torino per lavorare sulla “AMX/3” e poi sulla “Iso Varedo” ritorna dalle parti di casa a Castelnuovo della Misericordia, nella campagna che costeggia la strada che per anni è stata P.S. del Rally “Coppa Liburna”.

Là dà il via ad una serie di lavorazioni e di elaborazioni di rara maestria come è nel suo carattere, spaziando di settore in settore e toccando di nuovo anche la dimensione delle moto, attraverso alcune esperienze che a livello sportivo sono da menzionare.

Una delle sue storie a Due Ruote è il contesto di una delle vicende da fiaba che questo nostro moderno Cavaliere e genio ha vissuto nella sua vita: un giorno si affaccia all’Officina di Castelnuovo un giovane centauro livornese, Luciano Leandrini, promettente e bravissimo pilota che sarà Vincitore del Trofeo Grand Prix classe F1 nel 1986 (e che sarà anche terzo e secondo, nel 1985 e 1986, al Campionato Italiano F1 dietro soltanto a grandissimi nomi come Ferrari, Lucchinelli, Mauro Ricci); quel primo contatto – tra il 1978 ed il 1979 – nasce perché Luciano sa che Giotto sta collaborando con il campione cittadino Pierluigi Conforti, che in quegli anni già correva il mondiale. Luciano si presenta, è un giovane e promettente Centauro al debutto nel prestigioso monomarca “Laverda”, e non riesce a credere di poter vedere all’opera sulla sua “500 Formula” il genio che è noto già in tutto il mondo per le sue creazioni.

Mentre al contrario l’Ingegnere da subito accoglie il giovane con consigli e aiuto pratico mettendo la moto sul banco prova per valutarne le prestazioni.

Quello che segna tutto questo racconto e che svela il grande cuore di Giotto, è però quel momento in cui il nostro giovane Luciano – gravato dai sacrifici e dai costi che solitamente capitavano a chi affrontava da indipendente il mondo delle corse – si trova comunque a fare la fatidica domanda alla fine di tutte le operazioni svolte sulla sua Laverda. “Ingegnere……Quanto devo?” chiede, ricevendo una sola, affettuosa risposta. “Non mi devi nulla!”: Giotto ha un nuovo eterno amico, e forse non immagina che quella sua risposta e quel giorno, Luciano Leandrini non li dimenticherà mai più.

Pierluigi Conforti, e il “secchio” delle meraviglie.

Una esperienza umana e straordinaria è anche quella che lega Giotto ad un altro campione centauro, amico a sua volta del grande e compianto Renzo Colombini, che con Pierluigi era un tesserato “Moto Club Livorno” e che perse la vita in un tragico Week End di Luglio 1973 a Monza. Conforti è stato l’unico livornese ad oggi a vincere un Gran Premio mondiale (in Gran Bretagna) ed ha svolto una interessante e promettente carriera nel Mondiale come nell’Europeo e nel Campionato Italiano: inizia nelle Gare in salita, con le Guazzoni e via via cresce fino all’elite del motorsport a due ruote dove il suo talento si impone.

(Conforti testa le elaborazioni di Giotto, ritratto seduto sulla Yamaha TZ350)

Siamo a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 ed i suoi concorrenti vanno da Pileri e Bianchi fino a Jon Ekerold ed alla nuova generazione degli americani ed australiani.

Le sue categorie in Pista sono la 125, 250 e 350, ma il suo profilo è da privato: a parte una parentesi con il “Team Adriatica” in 125, il suo budget e la sua struttura derivano dall’essere uno dei Concessionari più importanti del Centro Italia – e toscani – per la vendita plurimarche. A Via Fiorenza, Livorno, non c’era solo uno spazio espositivo, c’era la mecca degli appassionati di moto che trovavano nei fratelli Conforti la via pratica al desiderio di sedere su mezzi che erano i più belli, potenti e ricercati.

Pierluigi racconta questo, ricordando l’esperienza sua e del fratello Walter e di quando si recava personalmente in Giappone per scegliere le moto da portare in Italia; di come Kawasaki e Yamaha avessero già all’epoca una organizzazione spaziale, e di come ogni mese arrivassero perfettamente imballate almeno una decina di moto straordinarie, e tutto rendeva “Conforti Moto” un centro di eccellenza.

Ovviamente, in parallelo, c’era la passione sportiva e le Gare, Conforti le affrontava con la cadenza ed il calendario tipico dei piloti privati – seppure molto organizzati – dell’epoca: il Giovedì a pranzo si allestivano furgone, Camper ed auto al seguito; moto, più ricambi accuratamente selezionati, più i meccanici e via verso il Circuito di turno, anche se rigorosamente entro l’Europa perché di più, un privato, all’epoca non poteva permettersi a livello logistico. Imbarcare su nave od aereo i mezzi ed uno Staff per andare oltre Oceano era davvero impensabile.

La carriera di Conforti si svolge con tre Marchi prestigiosi: Morbidelli, Yamaha e Kawasaki, nella continua ricerca di soluzioni in grado di potenziare ancora di più motori decisamente già spinti in origine, soprattutto per quanto riguarda la “TZ350” di Iwata.

A prima vista sarebbe potuta sembrare una idea folle pensare di spremere ulteriore potenza da motori da corsa senza l’ausilio della Casa madre, ma Pierluigi non crede all’impossibile, e si rivolge a Giotto Bizzarrini: quel suo conterraneo geniale capace di creare sogni a quattro ruote ed in grado di rivoluzionare Ferrari, Lamborghini, Iso Rivolta, non può non avere una magia anche per quella Yamaha dentro al metaforico cappello a cilindro. E allora, assistito dai suoi figli Giuseppe e Pietro ecco che Giotto, a Castelnuovo, dà vita all’ennesima magia, il “Secchio delle meraviglie”: un vero e proprio recipiente pieno di pistoni di foggia e mantello diversi, di parti motore speciali, di candele di gradazione diversa; insomma, un vero e proprio arsenale – lì a Castelnuovo – in grado di produrre al Banco prova, tra infinite prove e sostituzioni, quel “plus” di cavalli e quella migliore curva di utilizzazione che Pierluigi cercava.

Il supporto paziente di Bizzarrini si estende anche nei test di prova al Mugello dove Giotto accompagna Pierluigi: un segno importante della dedizione e della generosità del genio livornese, perché alla resa dei conti come sempre il ritorno economico e le sue richieste sono davvero del tipo “rimborso spese” e basta; ma alla fine la sfida impossibile è vinta, e quella Yamaha modificata regala a Bizzarrini un titolo aggiuntivo ed un meritato nuovo gagliardetto: è campione italiano insieme alla “TZ350” – da lui modificata – ed insieme a Pierluigi Conforti nel 1978 !!!

Le Kawasaki del Genio

Sempre verso la fine degli anni ’70, Giotto riceve importanti commesse anche da parte Kawasaki con il Team francese Godier – Genoud che gli chiede la rielaborazione dei motori per le Gare Endurance mondiali: questa Squadra era fresca vincitrice del prestigioso Titolo Endurance e protagonista al Bol d’Or, pur avendo avuto un percorso travagliato che un poco accumuna i due titolari a Giotto. Godier fa il meccanico, e Genaud inizia come Pilota finanziandosi con il suo stipendio di cameriere in Hotel.

(Test del motore Kawasaki con iniezione SPICA per GG- France) (Telaio monoscocca sperimentale)

La SIDEMM, importatore Kawasaki in Francia, accetta una proposta abbastanza assurda dei due, quella di montare su un caratteristico telaio a tubo della Egli un motore delle “verdone”; detto fatto, arriva il motore preparato, un discreto Budget e nel 1974 la Godier-Genaud o meglio la Z1 GG Kawasaki fa boom: i due vincono il Mondiale Endurance e Kawasaki France li configura come la vera Squadra ufficiale transalpina, ma di fatto dopo poco la “GG” acquisisce il rango di “piccolo Produttore artigianale” (quasi come la BIMOTA per intenderci) e riceve da Kawasaki una sorta di “licenza” speciale per elaborare e personalizzare i motori originali.

Ecco perché i due si rivolgono a Giotto, che si impegna a mettere pesantemente mano su parti in rotazione,alberi a cammes, e soprattutto montando l’iniezione meccanica SPICA che – rispetto alla tradizionale batteria di Carburatori – porta la potenza sopra ai 120 Cv alla ruota contro un valore iniziale di poco più di 90. Ma la sperimentazione non finisce qui: si passa a realizzare una testata a 16 valvole che porta il 1000 cc a circa 150 Cv, ed a sperimentare una nuova geometria di telaio approfittando proprio della presenza di monoblocchi Z1000 su cui “cucire” tubi e pannelli; un vero e proprio monoscocca per una moto a quattro tempi di soli 155 Kg. senza la carenatura su cui Giotto voleva sperimentare persino l’effetto suolo della F.1 !!!!! Curiosità, o forse solo coincidenza, la Kawasaki sarà la prima (ed unica nell’era 2T) a correre anni dopo in Classe 500 con un monoscocca concettualmente molto simile a quello di Giotto.

La chiosa finale sul lavoro di Giotto nelle due ruote non potrebbe essere più poetica: nel 1987 si affaccia al Mugello, dove Bizzarrini un suo spazio operativo con officina e Banco Prova, Luciano Leandrini: quel giovane con la Laverda è diventato un Pilota affermato, passato dalla Ducati/Moretti 750 alla Yamaha con kit di elaborazione Belgarda (grazie alla interazione ancora dell’amico Pierluigi Conforti). Una moto che tra l’altro sfoggia il talento di un altro famoso livornese, quello di Domenico Moretti.

(Yamaha Moretti F1, 1987, portata in Gara da Luciano Leandrini e “curata” da Giotto Bizzarrini al Mugello)

Giotto ancora una volta applica il suo genio su quella moto su cui Luciano correrà nell’Italiano, alcune Gare Mondiali e la 200 Miglia di Misano. Ed ancora una volta, come per Pierluigi Conforti, come per la Kawasaki francese, anche per Luciano portare in Pista una moto curata dal grande Bizzarrini è la risorsa emotiva in più per correre.

La “storia” che lega dunque Giotto alle due ruote, meno conosciuta delle altre, non è tuttavia meno straordinaria: ci è sembrato giusto raccontarla anche proprio dal ricordo diretto dei suoi amici collaoratori e amici Piloti. Un “grazie” sincero anche a loro.

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